02 | PONTE DELLA STUA

Pont de la Stua

La località del “Ponte della Stua” viene citata nel diario del tenente Rommel.
Il 17 novembre 1917 il tenente Rommel transita per Uson e Ponte della Stua con un contingente che lo avrebbe condotto in avanscoperta sul monte Spinoncia dove i contingenti italiani resistono e rendono impossibile l’avanzata. Nel frattempo altri truppe tedesche guidate dal sergente Windbuhler arrivano in prossimità del Ponte della Stua.
“…Il sergente Windbuhler aveva portato con sé le batterie fino ad Uson. Prima le aveva portate su per la valletta tra Uson e Ponte della Stua, dove avevano trovato baracche ben illuminate. Windbuhler aveva fermato le batterie ed era scivolato da solo verso le baracche, trovandole occupate da italiani addormentati: da uomo senza paura qual era, aveva estratto la pistola e catturato 150 prigionieri e due mitragliatrici.”

Capitello di Santa Teresa di Lisieux
La storia del Pont della Stua è legata al culto di Santa Teresa del Bambin Gesù, protettrice dei missionari e degli aviatori. Fin dai primi anni del ‘900 un’ immagine della Santa era attaccata su un tronco d’albero in questo luogo. Tra i molti devoti, un’emigrata di Colmirano cominciò ad inviare dagli Stati Uniti del denaro per la costruzione di un capitello al Ponte della Stua. Grazie alle donazioni dei molti emigranti locali, nel 1965 fu costruito il sacello a protezione di quanti si recano nella valle.

I Recuperanti
Subito dopo la Grande Guerra era molto diffuso nei paesi del Piave il mestiere del recuperante di ferro, rame, ottone, piombo, provenienti dall’enorme quantità di bombe e altri residuati bellici abbandonati nei luoghi dove si era combattuto per un anno, dopo la ritirata di Caporetto, dal novembre 1917 fino al novembre 1918. Alla fine della guerra, enormi quantità di materiali bellici rimasero abbandonati nelle trincee, negli accampamenti, nei depositi, nei boschi, nei pascoli, nei campi. Per venire incontro alle esigenze sia dell’industria italiana, che nello sforzo bellico aveva esaurito le scorte di materie prime, sia per aiutare i tanti che al temine del conflitto avevano perduto ogni bene, negli anni ’20 il governo emanò un decreto che legittimava il recupero dei materiali bellici.
L’ attività del recuperante veniva svolta in alcuni casi come lavoro principale, altre volte era un lavoro extra per integrare il magro salario ricavato dalla principale attività lavorativa. In entrambi i casi erano le necessità economiche a muovere le persone ad intraprendere questo rischioso mestiere che consisteva essenzialmente nel raccogliere, trasportare e manipolare bombe ed esplosivi.
Con l’aiuto dei più anziani del paese o di chi aveva fatto la guerra, i recuperanti individuavano le postazioni delle artiglierie e delle mitragliatrici, i posti di comando, i magazzini e i depositi di munizioni. Una volta individuati, gli ordigni venivano ripuliti dal terreno, caricati su una carriola, su un carro, su un asino, sulla bicicletta o sulle spalle e trasportati, attraverso le strade del paese, fino al deposito costituito in precedenza.
I proiettili venivano accatastati, senza speciali precauzioni e con scarse modalità di sicurezza, all’interno di una baracca o nel cortile.
In seguito, la disattivazione veniva eseguita manualmente dal recuperante stesso, di solito nel cortile o nella baracca, accanto agli altri ordigni. Ogni proiettile veniva scomposto per recuperarne tutte le parti metalliche. Inizialmente venivano tolti, con molta cautela, la spoletta e il detonatore. Dalle granate venivano poi prelevati l’esplosivo e la corona esterna in rame.
Le parti metalliche venivano separate secondo le loro caratteristiche e il loro riutilizzo e quindi rivendute ai raccoglitori che passavano periodicamente per il ritiro. L’esplosivo ricavato veniva venduto alle imprese costruttrici che lo utilizzavano nelle opere  di brillamento delle cave, per spaccare macigni e grandi ceppi di legno per ottenere legna da ardere. La polvere veniva anche adoperata di notte per la pesca abusiva sul Piave.
Furono ritrovate  anche bombe che, aperte dai recuperanti, al proprio interno contenevano dei manifestini austriaci  che incitavano i soldati alla diserzione.
Anche i bambini partecipavano al lavoro dei recuperanti con compiti però di portata inferiore a quelli degli adulti: raccoglievano le schegge delle bombe più grandi, cartucce per i fucili e residuati di facile trasporto e non pericolosi.
Allo scopo di evitare la raccolta dei proiettili inesplosi da parte dei bambini, dopo le due guerre mondiali comparvero in tutte le scuole dei grandi tabelloni con l’indicazione fotografica dei vari tipi di bombe rinvenibili nelle zone interessate dalla guerra, che invitavano a non raccogliere gli ordigni e a darne avviso agli insegnanti e ai propri genitori.
Numerosi furono gli incidenti mortali dovuti alle deflagrazioni durante le opere di scaricamento. Il prezzo di questo rischioso lavoro fu alto: in molte famiglie vi furono morti, feriti, mutilati. Ogni tanto, quando fuori dal paese si sentiva un grande scoppio, tutti restavano con il fiato sospeso in attesa di avere le prime informazioni sugli effetti dell’esplosione.
Anche dopo la seconda guerra mondiale continuò l’attività dei recuperanti che durò fino al termine degli anni ’50.

La lapide
Ancora oggi è visibile una lapide intitolata ai recuperanti di Alano di Piave e degli altri paesi vicini che nel corso degli anni persero la vita a causa dell’esplosione di ordigni bellici. Tra questi vanno ricordati in particolare i fratelli  Ludovico e Vittorio De Paoli che persero la vita nel 1953.
La signora Rosa De Paoli, sorella di Ludovico e Vittorio, in un’intervista di Luciano Mondin racconta:
“… Era la settimana santa, il lunedì mattina. L’ultima volta, si disse, poi (Ludovico) avrebbe cambiato lavoro, si sarebbe sposato. Purtroppo fu proprio l’ultima.
Quella mattina il compagno di lavoro, Luigi, non c’era perché era andato a portare il cercametalli a riparare.
(Ludovico) disse allora al fratello minore di venire al Ponte Della Stua con degli attrezzi. Poi disse a mio padre di portare il carro e il cavallo, che aveva chiesto in prestito dai Dalla Piazza, per portare via le fascine di legna che aveva usato per trasportare a valle le bombe e le schegge. Il materiale di recupero veniva fatto scendere dalla montagna dentro questi fasci di legna attraverso la teleferica.
<C’era molto materiale ammucchiato, risultato di vari giorni di lavoro.
Così mio padre partì per portare a casa il legname e fece molte raccomandazioni a mio fratello maggiore di stare attento perché c’erano bombe con una doppia carica, molto pericolose.
Io all’epoca avevo tredici anni e dovevo andare al Ponte della Stua per portare il pranzo ai miei due fratelli. Partii, ma per la strada trovai i miei zii che mi fermarono. Più tardi mi spiegarono che i miei due fratelli erano morti…”  


Bibliografia:

Area non profit, novembre 2005, I recuperanti nei paesi del Piave di Andrea Castagnotto,

‘Ndar par scaie Storie di recuperanti, Il museo di Alano di Piave e gli amici del Museo, Ed. Saisera 200

Informazioni da Gli Amici Del Museo di Campo

Il sacro e il popolare ad Alano di Piave di Martino Durighello



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