L’ARTE DI BICE LAZZARI

Come fai, a un certo punto della tua vita, a sapere veramente qual è la strada giusta? Vedi, quand’ero ancora bambina volevo fare la musicista; ma dopo tre anni di Conservatorio decisi di smettere. Forse intuivo che non sarei riuscita altro che una mediocre violinista. Più tardi mi trovai all’Accademia di belle arti; avevo quindici anni, e ti assicuro che allora le mie idee non erano molto chiare. Penso che non ci sia stata una vera e propria scelta. Essere artisti è per me qualcosa di molto vago, che difficilmente potrei definire; penso che l’arte sia un fenomeno incerto e complesso e volerne capire qualcosa, oltre i motivi della propria sincerità, sia dopotutto quasi un atto di presunzione. Sì, c’è una scelta; ma la scelta appartiene alla tua innocenza, che ti porta su una strada che non conosci ancora ma che ti affascina, perché operando per qualcosa di diverso ti senti migliore, soprattutto nei confronti di te stessa.

Le parole sono quelle di Bice Lazzari, riportate in una nota intervista del critico Guido Montana. Artista e musicista, Bice inizia un lungo lavoro di ricerca che la porterà a sperimentare diverse modalità espressive partendo dal figurativo, dalla pittura lagunare veneziana, arrivando ad linguaggio armonico tutto suo, fatto di spazio e linee. Nata il 15 novembre 1900 a Venezia, Bice si forma all’Accademia e frequenta la “Scuola di Burano”, un gruppo di artisti raccolti attorno al pittore mantovano Pio Semeghini. La giovane sperimenta la pittura di luce di Semeghini e ne riprende alcuni temi realizzando opere delicate, dal tocco veloce e immediato come Bambina con Nastri. Il 1924 è l’anno dell’esordio con la partecipazione alla mostra dell’Opera Bevilacqua la Masa presso Cà Pesaro a Venezia. Stringe importanti amicizie con Carlo Scarpa e la sorella Ida e frequenta il caffè sulla riva delle Zattere, entrando in contatto con il pittore Virgilio Guidi e i letterati Carlo Izzo e Aldo Camerino. Un mondo ricchissimo di stimoli, di idee che di certo formeranno il pensiero e la visione di Bice. Negli anni ’30 inizia ad esporre le prime opere di arte applicata a Villa Reale a Monza. Presenta arazzi, cuscini, stoffe, aprendo quello che sarà un nuovo modo di sperimentare il suo linguaggio fatto di linee e spazi. Si trasferisce a Roma e qui avviene l’incontro più bello che cambia la sua vita. Conosce l’architetto Diego Rosa che diventerà presto suo marito e con lui darà inizio ad viaggio di arte, di scoperta, di condivisione, insomma, di vero cammino di vita. A partire dall’estate del 1958 Bice e Diego trascorrono lunghi periodi estivi a Bassano del Grappa e a Quero, presso la sorella Gina a Casa Oliva, in via Roma. In villeggiatura a Quero ritrova la tranquillità per lavorare, per passeggiare e riflettere. Mette per iscritto tantissimi pensieri ispirati alla natura che la circonda e Diego, con cura e dedizione, li trascrive a mano perché nulla venga perduto, o non capito e tutto possa essere riletto dai posteri, assieme alle sue opere. Nel 1959 Bice è costretta ad abbandonare la pittura tradizionale a causa di un avvelenamento organico ai colori ad olio e comincia ad utilizzare materiali come colle, sabbie, tempere e matite. Con queste nuove tecniche realizza opere di grande formato che si avvicinano all’arte informale di Afro Basaldella, con il quale collaborerà per la decorazione del Caffè Aragno a Roma. La ricerca artistica prosegue seguendo nuove vie e a proposito del suo lavoro dirà:

Parti per ottenere un certo risultato e inconsapevolmente ne realizzi un altro […] la tela può prenderti la mano […]. Giochi e scopri che un segno ha un significato che determina lo spazio: è un processo interno che conduce a una scoperta. Pensi di aver dato vita a qualcosa che prima non era visibile. L’arte è un gioco. Si parte sempre da un gioco.

Bice parla quindi di un’urgenza di espressione che parte dall’interno e segue dei percorsi propri per giungere ad un risultato inaspettato. È tenendo presenti queste parole che dobbiamo accostarci alle sue opere, cogliere la bellezza delle geometrie, l’uso dei colori primari, il segno che non è mai di troppo, ma che esprime una poesia, un ritmo che ha origini lontane. Tutto ora trova il suo posto: la luce veneziana, la ricerca formale, il rigore del lavoro. Interessante anche la valenza del gioco, perché è appunto nel gioco che il bambino-ARTISTA, come dirà Paul Klee, trova il suo maggior atto creativo, libero di poter creare e di esprimere la sua gioia nell’esserci qui e ora. Nel gioco si attinge alla parte più nascosta, più profonda, che si esprime con forza, senza costruzioni.

Tante sono le opere di Bice Lazzari che si possono ammirare nei più importanti musei italiani e americani. L’Archivio Bice Lazzari, istituito negli anni ’80 a Roma, grazie all’amore e alla passione di Maria Grazia Oliva Lapadula e alla cura delle nipoti Donatella e Nicoletta, conserva molte opere della pittrice e tutti i suoi scritti, trascritti da Diego, espressione del pensiero poetico di Bice. Sarebbe molto interessante poter conoscere più da vicino l’arte di questa pittrice che risulta essere una delle voci femminili più autorevoli del panorama culturale e artistico del ventesimo secolo e che ha frequentato a lungo il nostro territorio, ritrovandone la bellezza del paesaggio.

Daniela Todoverto